Frammenti di memoria dal nonno ai nipoti
Un inedito Renato Borsoni si presenta come autore di una piccola prosa autobiografica dal titolo «Lo scrimine»
BRESCIA La memoria è un’arte imprecisa. Frammenti di vissuto che ci sono rimasti addosso. Alcuni particolari con il tempo si cancellano, altri si esaltano e diventano smisurati. È il suo bello.
Cedendo alla proposta di un microeditore e alla richiesta di un nipote quattordicenne, Renato Borsoni – varcata la soglia degli ottant’anni è ancora alla scrivania del suo rinomato studio di grafica e portavoce della Deputazione del Teatro Grande, dopo una vita spesa per il teatro, dalla Loggetta al Ctb – si è fatto (e ci ha fatto) il regalo di una piccola prosa autobiografica. S’intitola «Lo scrimine» (I Minuti n. 5, stampato in mille copie distribuite gratuitamente, grazie al sostegno di un gruppo raccolto intorno al Circolo dei papaveri: www.iminuti.wordpress.com). Il testo sarà presentato dopodomani, sabato 4 luglio, alle 17 all’Iseolago Hotel, via Colombera 2 a Iseo.
«Lo scrimine» del titolo è la riga perfetta fra i capelli «nerissimi» della madre, nella foto che resta in mano al bimbo di sei anni, dopo che il papà gli annuncia che la mamma «è in cielo». A parlare – di ordine, di dignità e decoro – è quel particolare, e «gli occhi dove mi pare ancora, quando le passo davanti, di specchiarmi». Una presenza, più che un’assenza, di cui la memoria rimanda una frase: «Quanto sei brutto, Renatì».
La «fanciullezza» di Borsoni diventando narrazione si declina in un linguaggio prezioso, di un’Italia d’altri tempi (la «monaca», il «caldaio», i «trabattelli»), ma ciò che racconta si fa presente, accade di nuovo. A parlare sono «le mani morbide di mio padre che il mattino mi lavavano le mani e il viso», la struggente morte del fratellino, il resoconto delle imprese da «avanguardista» e «moschettiere», la fuga, a 15 anni, nel tentativo di partire «per la guerra di Grecia». E i ricordi diretti del Duce, le adunate. Il meglio del testo è dove il racconto contiene già riflessione e commento. La scorribanda di Borsoni si conclude con un ritorno virtuale a S. Marianova (An), il paese natale, méta il cimitero dove riposano la madre e altri di famiglia. Compreso uno zio Renato, morto «di troppo studio» a 21 anni, che fa esclamare all’autore, ebbro ancora di vita: «Ho l’impressione che mi somigli. Ma, a me, il troppo studio non mi ha ucciso. E via, ancora su e giù per quelle colline».
Paola Carmignani
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